Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona o il mare di una remota spiaggia cubana.

La “Sindrome del Viaggiatore“: dopo la preparazione dettagliata di un viaggio, nasce un disagio dovuto al trovarsi di fronte alla realtà del momento. Fanno parte di questa categoria di disagi la sindrome di Stendhal, la sindrome di Gerusalemme, la sindrome di Parigi…

“Ma tu sei sempre in giro?”. Io non sono sempre in giro. Io viaggio quando inizio a sentirmi stretta in un posto. Pianificare un viaggio mi fa incredibilmente bene. Ancora di più viverlo. Non so se ero già predisposta o se sono stata educata così. Sta di fatto che dopo pochi mesi nello stesso luogo inizia a mancarmi l’aria. Le cose diventano già viste, la noia inizia a farsi sentire. E allora me ne vado. Non è una fuga, è una specie di irrequietezza: è istinto di sopravvivenza, è necessità del respiro. La possibilità di reinventarsi, almeno per un attimo, il tempo di un aeroporto. Perché quando poi si torna indietro, è un nuovo viaggio: e ci si reinventa ancora, un’altra volta. Non sei a casa da nessuna parte. Ma dopo tanti anni di viaggio inizio a chiedermi, non è casa ogni casa? ogni luogo da cui ho preso qualcosa?

Io non ricordo quello che ho visto. la mia vista è peggiorata, con gli anni. non ricordo mai quello che vedono i turisti. So di aver visto il Big Ben a Londra, il Glienicker Brücke a Potsdam, le Ramblas a Barcellona, le chiese a Dublino. Non ricordo nulla, se non di essermi rivista nelle foto.

Ricordo l’angoscia nel vedere l’ultimo pezzo di Muro, a Berlino. Ricordo una corsa lungo il Danubio e il mio piumino blu e mio padre che mi diceva facciamo a chi raggiunge prima il ponte a Budapest. Ricordo una strada stretta, illuminata di giallo, muri bassi di mattoni chiari – credevo nascondessero giardini – e profumo di fiori d’arancio a Siviglia. Ricordo il Diário de Notícias, la piazza, le grida dei gabbiani e il cielo grigio a Lisbona; saranno i libri, saranno gli edifici, per me sarà sempre la città del giornalismo. Sarà banale, ricordo la passerella che portava dall’aereo alla sala d’attesa di Newark e la gente che diceva guarda le torri. Ricordo il caldo che faceva affondare le dita nella sabbia di Playas del Este, ricordo che mi sono quasi messa a piangere guardando un bimbo che giocava con un nastro di videocassetta, ricordo cosa prova un pesce rosso nella boccia, a Cuba.

Ricordo Buenos Aires, anche se non l’ho mai vista.

A Natale forse la Ragazza con la Valigia riceverà in regalo una valigia nuova fiammante.

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One thought on “Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona o il mare di una remota spiaggia cubana.

  1. silvanascricci scrive:

    Forse il viaggio è proprio questo, ricordare la gente, le emozioni, i profumi e le sensazioni che un luogo hanno suscitato e ricondurli alla nostra intima essenza.
    Forse non ci si ricorda di spettacolari cattedrali se queste restano mute al nostro sentimento, non ci si ricorda di magnifici quadri se non li abbiamo già dipinti dentro di noi e se, sappiamo che non li avremmo mai dipinti con i nostri colori.
    Poi la nostra casa siamo noi, ce la portiamo dentro in ogni momento, e anche questa è fatta di ciò che siamo stati e la riarrederemo, la ristruttureremo, la amplieremo con ciò che saremo, che faremo, che vedremo, che toccheremo ed odoreremo.

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