Gita a Venezia in super-ritardo e ritratti di famiglia.

Mi è stato giustamente fatto notare che è un pochino di tempo che non scrivo nulla, e in effetti mi è sembrato sbagliato privarvi così a lungo dei miei tanto attesi post.

La verità è che è tutta colpa di Tumblr. Se su Tumblr la smettessero di mettere foto bellissime di posti bellissimi, io la smetterei di tentare di organizzare viaggi per la Polinesia Francese e starei qui a scrivere. A proposito, qualora organizzassi una colletta sul blog, qualcuno contribuirebbe con misericordia a farmi le elemosina così da farmi partire con la promessa di nuovi meravigliosi post?

Inoltre non ci sono stati grandi aggiornamenti, a parte il breve annuale tour a Venezia dai nonni per il Carnevale, durante il quale ho fatto sia foto che video, che sfortunatamente però sono venuti così tanto da schifo che non ne posterò nemmeno uno per la vergogna. Ciononostante, posso raccontarvi almeno alcuni aneddoti carini riguardo al soggiorno, che si possono riassumere in [inserire qui numero dopo averli elencati] episodi:

1. Mio cugino si è vestito da trans. Cioè, avrebbe dovuto essere semplicemente vestito da donna, ma il risultato è stato più simile a un trans. Mi ha fatto giurare che non avrei messo le sue foto online, cosa del tutto inappropriata visto che così tutti avrebbero potuto vedere con che razza di tacchi (miei) è andato in giro tutto il pomeriggio, dimostrando una notevole sopportazione del dolore. Anche le mie scarpe hanno dimostrato una notevole sopportazione del dolore, visto che mio cugino porta il 43 e io il 37. Nonostante quindi il tacco si piegasse da un lato come uno spaghetto sul lato della pentola quando inizia a cuocersi, nonostante il suo incedere assomigliasse a quello del protagonista di Jurassic Park (e non parlo di Sam Neill, parlo del tirannosauro), e nonostante un mio “iiiiiiiih!” e “aaaarghh” ad ogni suo passo, le mie scarpe hanno retto senza disintegrarsi, il chè prova non solo che mio cugino ha del talento, ma che le scarpe di Barbès sono le migliori mai prodotte.

2. C’è gente che parla nel sonno, gente che cammina nel sonno e gente che russa nel sonno. Mia nonna prega nel sonno. Sì. L’interessante scoperta è avvenuta la seconda sera che ho dormito con lei. Mi stavo mettendo il pigiama, quando sento mia nonna – che credevo essere addormentata – che mi dice qualcosa. Non capisco e le urlo che cosa ha detto [N.d.R. La nonna veneziana della R.c.l.V. è sorda come una campana, perciò d’ora in poi qualunque verbo che indichi un’azione parlata verrà sostituito dal verbo “urlare”]. Non ottengo risposta. Ma subito dopo, eccola di nuovo. “Prega per noi pecczzzori.. dszzzlrzzz nostra mortzzz..”. Amen. È andata avanti con il rosario fino al momento in cui mi sono infilata sotto le coperte ghiacciate [N.d.R. Poiché come si può immaginare Venezia non è la città dal clima più secco d’Italia, in inverno si produce un affascinante fenomeno: quando ci si infila in mezzo alle coperte non sono solo fredde. Sono bagnate. Cioè, non è che mia nonna mi costringa seriamente a dormire sotto lenzuola bagnate, sia chiaro. Sono talmente umide che sembrano bagnate. Così non solo si ha freddo perché è inverno, ma si avrà freddo anche il mattino dopo, perché l’umidità si sarà infilata dentro al pigiama e dentro alle ossa], momento in cui mia nonna mi ha urlato nell’orecchio “PAOLO TI GA’ PORTA’ A CASA?” [N.d.R. Paolo è uno dei due zii della R.c.l.V., dal quale si era recata a cenare]. Io ho a mia volta urlato un sì che lei non ha sentito, visto che si era già tolta l’apparecchio – ho tentato di spiegarle che è inutile che mi faccia le domande senza l’apparecchio acustico, che tanto non sente le risposte, ma da quell’orecchio non ci sente; e nemmeno dall’altro, in effetti, comunque – così ha urlato di nuovo “PAOLO TI GA’ PORTA’ A CASA?” e io ho urlato di nuovo sì.

Questo ci introduce ad un altro importante punto delle visite a Venezia, e cioè che mia nonna più o meno capisce l’italiano, ma non lo parla. E io più o meno capisco il veneziano, ma non lo parlo. Questo ogni volta ci fa sentire ancora di più la mancanza di mio nonno, che oltre che con il suo nomignolo interfamiliare “il Cocchiere” era conosciuto anche come “l’Interprete”. Il soprannome era stato coniato dopo un divertente alterco con mia nonna quando ero piccola. Durante un mio soggiorno estivo, prima di andare a dormire, la nonna mi aveva avvertita di stare attenta ai musatti, e di proteggermi schissandoli con un sugaman bagnà, cosa che mi aveva alquanto angosciato, dal momento che non avevo idea di cosa fossero i musatti nè di quanto pericolosi potessero essere, nè soprattutto di cosa avrei dovuto fare per proteggermi. Quando la mattina dopo mia nonna ha trovato il muro coperto di schizzi di sangue e me piena di ferite, prima di incazzarsi per il fatto di dover ripulire la parete, ha chiamato mio nonno – l’Interprete, per l’appunto – affinché mi spiegasse che i musatti sono le temutissime zanzare veneziane e che avrei dovuto farle fuori con un asciugamano bagnato, che le acchiappa prima che si spatacchino sporcando il muro {N.d.R. No. Le zanzare veneziane non sono uguali al resto delle zanzare italiane. A Venezia sono stati i primi ad avere zanzare che pungevano di giorno, molto prima della nascita della prima zanzara tigre; sono zanzare bioniche che non si staccano neanche quando le hai spiaccicate e che attaccano in nugoli tanto folti da potersi trovare anche con una ventina di loro attaccate addosso, senza più sapere da che parte iniziare per scacciarle; iniettano una sostanza almeno dieci volte più prudolosa delle altre zanzare; l’Autan lo mangiano a colazione [inoltre, la grande presenza di zampironi sui davanzali ha lasciato a me una curiosa forma di tossicodipendenza; credo di essere l’unica persona al mondo che ama alla follia l’odore degli zampironi]; un’estate, dopo una settimana che stavo lì, ricordo di aver contato 76 pizzichi [altro curioso fatto linguistico: ancora oggi devo impegnarmi per ricordare che si dice “pizzichi”, perché l’etimologia della parola per me è così legata a Venezia che io continuo a dire “becchi”] solo sulle gambe}. Per chi conosce il veneto – ma vi prego, anche per chi non lo capisce – consiglio questa geniale canzone reggae che riassume perfettamente la mia esperienza. Inoltre la parte parlata in mezzo al pezzo sembra una registrazione dei miei nonni.

Carlo e Giorgio – Autan

[N.d.R. A questo punto la redazione del post ha subito una brusca e prolungata pausa per poter cantare con fare convinto per due ore “passime l’Autan, passime l’Autan, passime passime passime l’Autan”].

3. Mi sono persa la cena luculliana preparata dai miei parenti per la sera in cui è arrivato l’OP, a causa di un mal di testa di proporzioni epiche che mi ha costretta a letto per metà serata, sdraiata sotto il cappotto con solo una gamba di fuori perché non avevo la forza di coprirla. Gesto sconsiderato da parte mia, perché ha permesso a mio zio [N.d.R. Non Zio Paolo, Zio Andrea] di entrare in camera, proprio mentre il mal di testa stava iniziando ad andarsene, svegliandomi per chiedermi dove avevo messo l’altra gamba.

Sul momento se avessi avuto la forza gli avrei mangiato il naso, ma ripensandoci il mattino dopo non la smettevo più di ridere.

Nel caso non l’abbiate capito, quello veneziano è il lato della famiglia dal quale ho preso il mio senso dell’umorismo vagamente surreale.

Il fatto di avere mal di testa come dicevo mi ha fatto perdere le canocchie, i peoci e le pevarase, cosa per la quale mi sono mangiata le mani fino ai gomiti, visto che amo la cucina di pesce e che in queste occasioni la mia famiglia dà il meglio di sè. Oh, beh. Vorrà dire che dovrò tornare presto.

E siccome ormai vi ho parlato della mia famiglia anche da parte veneziana, diamo loro un volto con le mie due foto preferite, che prima o poi verranno rubate da casa di mia nonna perché le adoro. Per leggere gli aneddoti allegati, come sempre poggiare il mouse sulle immagini (lo so che vi tambusso i maroni ogni volta con ‘sta cosa, ma ci tengo, oh!).

Prima o poi, a costo di rischiare la vita (mia mamma potrebbe uccidermi, lo so) metterò anche la mia foto preferita della famiglia dalla parte di Bologna, quella del matrimonio di mio prozio, in cui mia nonna sembra contenta come a un funerale, Tata (nel caso non ve la ricordaste, vergognatevi e poi fate click qui per rinfrescare la memoria) cerca di entrare di straforo dietro alla foto, Betta è girata dalla parte opposta all’obiettivo e mia mamma ha una faccia sofferente come se quello fosse il suo ultimo giorno di vacanze prima di tornare a scuola. Un capolavoro di ritratto di famiglia.

UPDATE

Due ore dopo, sto ancora cantando “passime l’Autan, passime l’Autan, passime passime passime l’Autan”.

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10 thoughts on “Gita a Venezia in super-ritardo e ritratti di famiglia.

  1. Miseria Cantare scrive:

    Ohh, ma che bello questo viaggetto tra le tue radici!
    Così finalmente ti posso anche chiamare per nome…
    Alla prossima Vittorio, buona giornata!
    😀😀

  2. Roberto ® scrive:

    ahahahah fantastica la faccia del paggetto al matrimonio dei tuoi nonni😀
    Un po’ meno fantastiche le zanzare…dopo questo post spero proprio di non sognarle…

  3. @Miseria Cantare: Ahahahah!!! In effetti hai ragione, scritto come l’ho scritto poteva dare adito a fraintendimenti!!!😀

    @Roberto: Ormai ha fatto storia! Non c’è volta in cui vado lì nella quale non venga ricordato il momento😀
    Per le zanzare.. spera soprattutto di non incontrarle!!!

  4. Silvana scrive:

    Se non l’avessi detto tu nella didascalia della foto di papà avrei puntualizzato il radicale e profondo cambiamento che subiscono i nasi, nella fase di crescita, nella nostra famiglia.
    Mi rimane sempre il dubbio di sapere qual’è il cromosoma che produce il mutamento…

  5. La Rockeuse scrive:

    oddio tuo papà dolcissimo❤
    io non somiglio per nulla ai miei genitori😦

  6. @Scricci: Già, è un fatto che sfida ogni legge fisica. Dei nasini carini, francesini, puccettini, drittini, che si trasformano in proboscidi impensabili. Ma in che razza di modo funzionano ‘sti geni?

    @La Rockeuse: Beh, il lato divertente del fatto che non assomigli ai tuoi genitori è che ti puoi inventare lontane parentele fighissime. Della serie “No, sapete.. non assomiglio ai miei perché in realtà ho preso tutto dal mio trisnonno che era nato in Giordania da madre giapponese e padre cubano”. O, come nel mio caso, puoi sempre prendere una cosa che non ti piace (ehehm.. il naso, per dire a caso) e spacciarlo per “preso tutto da Attila, che era un mio antenato”.

  7. LadyLindy scrive:

    Hai l’onore di un mio commento direttamente dall’England, e tragicamente con l’Ipod no riesco a vedere la descrizione delle immagini. Capisco benissimo per tumblr (tentazione spinosissima) e per lo zampone, perché mi piace da matti l’olezzo – amo anche quello della benzina, quindi.. Venezia è una città che amo soprattutto per il carnevale!

  8. Caspita, mi ritengo superonorata allora😀 come sta andando?
    Venezia a me piace sempre, specie quando c’è acqua alta ^^

  9. Bibi scrive:

    Traquillizzati per le zanzare, dalle mie parti si dice che mordono solo quelli con il sangue dolce…e comunque ti posso garantire che non hanno nulla da invidiare alle veneziane.
    Un mio amico venne un giorno dalle mie parti e mi chiese cos’erano quei strani turbinii che si notavano all’orizzonte, risposta : sciami di zanzare così spessi da sembrare nuvole in formato tromba d’aria.
    Belle le foto d’epoca..ne ho un cassettone pieno di zii prozii nonne..bisnonne..manco mi ricordo i nomi..e forse è meglio così.
    a.y.s. Bibi

  10. Ora posso dire che i veneziani hanno esportato le zanzare anche a Cipro: e non solo sono agguerrite. Sono pure grandi come elicotteri.

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