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La drammatica storia di Pinpirlin e il burro con gli addominali

Ora è giunto il momento di parlarvi di una storia terrificante. Drammatica, angosciante, priva di morale, che alla Borda le fa un baffo. Benvenuti nella terza puntata del viaggio a Cipro, questa sarà la storia di Pinpirlin.

C’era una volta, qui tra le nostre montagne {N.d.R. Vabbè, dai, non è che Madonna dei Fornelli sia proprio montagna montagna.. San Benedetto è a 602m sopra il livello del mare, così ci riferisce Wikipedia.. però se proprio ci tieni a dire “tra le nostre montagn [N.d.R.c.l.V. PORCA MISERIA, REDAZIONE, VOGLIAMO CHIUDERE IL BECCO E ASCOLTIAMO LA STORIA?!]} un fornaio. Il fornaio era l’unico di tutta la zona, e preparava il pane per tutte le valli. Il più grande desiderio suo e della moglie era avere un figlio. Ma purtroppo la brava donna era malata e non poteva concepire un bambino. Così, preso dalla malinconia, un giorno il fornaio, mentre impastava il pane, preparò una pagnotta a forma di bambino. Sconsolato, la mise nel forno, e poco dopo udì una vocina: “Papà, papà, sono Pinpirlin, il bambino di pane! Se mi fai cuocere per sette giorni diventerò un bambino vero e sarò il tuo bambino!”. Contentissimo, il fornaio decise di lasciarlo lievitare in forno, ma ovviamente Pinpirlin cresceva e cresceva, fino ad occupare tutto il forno. Poiché era l’unico fornaio di tutte le valli, non poteva infornare altro pane, e rischiava così di morire di fame. Così, il settimo giorno, poco prima dell’avvenuta cottura, il fornaio mangiò Pinpirlin.

No, dico, non è la storia più drammatica che abbiate mai sentito?! Il Pirata ha sconvolto me, non viceversa! Dov’è la morale?! Cos’ho imparato da questa favola? Dov’è il lieto fine?! É TERRIBILE! Sono sconvolta nel profondo, e immagino che lo siate anche voi. Specie dopo aver visto che anche a Cipro a quanto pare conoscevano la storia, come dimostra questa foto fatta al Museo Archeologico di Nicosia.

Ora che vi ho emotivamente provati, possiamo passare a cose più culturali, e quindi vi dico che se avete voglia di leggere qualcosa di serio riguardo al Museo Archeologico di Nicosia, potete andare su CLAMM Arte a leggere l’ultimo post dell’OP, diviso in tre parti, I sulla storia del museo, II sull’arte cipriota in generale e III sulla collezione del museo. Se avete in programma un viaggio a Cipro non potete perderveli. E anche se non avete in programma un viaggio a Cipro.

Fine della parentesi culturale, ritorniamo a parlare di cagate.

O di foto.

Ecco, mettiamo le foto nuove. Queste, con vostro grande sollievo, saranno le ultime di Cipro. Nei prossimi mesi potrò ammorbarvi con altre foto di viaggi. A questo proposito, vi chiedo: se avessi i soldi per fare un viaggio (che non ho, li sto solo mettendo da parte), quale posto mi consigliereste del quale vi piacerebbe vedere le foto? Pensateci su, e intanto sappiate che se le cose vanno come previsto, forse quest’estate vi pipperete quelle della Provenza e della Costa Azzurra. Sempre che, come chiedo sempre perché non si sa mai, qualcuno di voi non volesse contribuire a pagarmi un viaggio, chessò, a Cuba, a Tahiti o in Marocco.

E per concludere con una chicca (il meglio per ultimo!), ecco il sunto del viaggio secondo l’OP e il Pirata, direttamente in diretta (vabbè, in differita) dall’autobus per Amathus, nell’unica ripresa vagamente presentabile, il chè dimostra quanta strada io debba ancora fare per passare dalle fotografie al formato video. Ma mi sto impegnando. Sbagliando si impara. Vi prego di notare la voce petulante e soprattutto la mano ferma del cameraman. In compenso, la qualità pessima dell’immagine è colpa di Youtube, non di Colette. Probabilmente avrei dovuto uploadarlo su Vimeo. Vabbè. Come dicevo, sbagliando si impara.

Il burro “con gli addominali” o “a cagarella” del quale parlano nel video, per la cronaca, sarebbe questo.

Tanti cari saluti e buona Pasqua in ritardo.

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Storie che succhiano la tranquillità dai sonni dei pirati

Eccoci qui per la seconda puntata di Cipro (ammettetelo che non vedevate l’ora!) [N.d.R. Come no, c’era la fila] [N.d.R.c.l.V. Oh, Redazione, non cominciamo, eh!]. Bene. Siccome qui in questi giorni c’è un tempo triste, grigio, uggioso e uggioloso, ho pensato che la cosa migliore fosse dare un po’ di allegria con i bei colori di Cipro, specialmente quelli della parte turca. Sì, perché se in effetti la parte greca dà il meglio di sè su tutte le fantastiche tonalità dell’azzurro e del verde acqua, nella parte turca sembra di essersi buttati improvvisamente nel mezzo dell’incasinatissimo Gran Bazaar di Istanbul [N.d.R. La Redazione coglie l’occasione per sottolineare quanto è stata pirla la RclV, che nonostante in Turchia due anni fa avesse fatto delle bellissime foto, compresa quella del gatto mistico che poteva essere utilizzata per promuovere e forse ottenere la pace nel mondo, è stata così scema da non scriverci un post]. E quindi ciancio alle bande!

In queste foto vedrete una sovrabbondanza di persone. Perché le persone sono colorate.

A questo punto vale la pena di narrare un episodio alquanto ilare del quale però non ho la foto. La sera, siccome anche i pirati hanno un cuore, in camera ci raccontavamo le favole prima di dormire. É così che il Pirata è giunto a conoscenza di una storia che l’ha segnata profondamente e dalla quale difficilmente si riavrà (come me da quella di Pinpirlin, ma è un’altra storia ancora per la quale esiste documentazione fotografica e che quindi scoprirete nel prossimo episodio), ossia quella della Borda. Per chi non sapesse che cos’è la Borda – ergo probabilmente per chiunque non avesse dimestichezza con le favole dell’Emilia – Wiki ci offre una pagina al riguardo. In ogni caso, siccome era notte e avevo sonno, mi sono sbagliata nel raccontare, e così è venuto fuori che la Borda anziché “soffiare la morte in faccia ai bambini”, “succhiava la faccia ai bambini”. Non avessi mai commesso l’errore, ho turbato per sempre i sonni del Pirata, e nel momento in cui a Salamina ha visto una statua di epoca romana perfettamente conservata, tranne la faccia che era stata asportata, è scappata urlando.

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Sfondiamoci di oro e di rum!

Ciao, sono la Ragazza con la Valigia e ho un problema.

Ciao, la Ragazza con la Valigia!

Il mio problema è che sono appena tornata da Cipro, e questo è non solo un problema perché sono appena tornata da Cipro, e come in tutti i viaggi belli vorrei già ripartire, ma anche perché devo fare una cernita tra 574 tra video e foto e non ho la più pallida idea di come condividere tutto qui sul blog. Dal momento che evidentemente non posso postarvi 574 foto in un solo post, ho deciso che la cosa migliore sarà spalmarle su vari post divisi per tema; non per ordine di città visitate: non credo che sentirò l’OP prima di domani e senza il suo aiuto è assolutamente impossibile che io mi ricordi l’ordine

parli dell’OP e guarda chi chiama proprio in quel secondo!

quindi dicevo che anche ora che abbiamo l’ordine delle città visitate ho comunque deciso che mi sembra più carino dividerle per vari temi, così da dare un ordine artistico a tutto l’ambaradan. Magari tenterò di affiancare due o più temi in un unico post, così non ce ne sarà, ad esempio, uno interamente dedicato ai fiori, che, per quanto belli siano, non si può dire che siano effettivamente caratteristici solo di Cipro.

Non ho idea di quanti post verranno alla fine. Vi risparmierò alcune delle foto, come ad esempio quella fatta al tubo di Ringo che stavamo mangiando appena arrivati all’aeroporto di Larnaca, tubo che è subito diventato simbolo per eccellenza dell’isola, dato che sia i Ringo che Cipro sono composti da una parte di biscotto alla vaniglia e una parte di biscotto al cacao con in mezzo la crema. L’allegoria ci è stata gentilmente offerta da una nuova personaggia (che in verità conosco dal primo anno di università ma che ha acquisito un soprannome solo dopo questa fantastica gita) che verrà d’ora in avanti chiamata con l’appellativo di “il Pirata” o “Barbapapà”. O anche “il Pirata Barbapapà”. Con lei abbiamo deciso di mollare l’università per salpare per Tortuga a sfondarci di oro e di rum [cit. dal Pirata Barbapapà]. Per quanto dunque l’allegoria fosse calzante e conseguentemente il tubo di Ringo mi sembrasse assolutamente degno di essere immortalato, non ritengo necessario pubblicarlo qui, perché, insomma, chi di voi non ha mai visto un tubo di Ringo?

AGGIORNAMENTO – IL GIORNO DOPO

Ok. Dopo sole 3694 ore di lavoro (esponenzialmente aumentate a. dalla scoperta di nuovi fantasticissimi plugins di Gimp, che hanno fatto sì che le possibilità di modifica delle foto si moltiplicassero in proporzioni epiche, rendendomi una vittima immolata sull’altare dell’indecisione e b. dalle improponibilmente gigantesche dimensioni delle foto di Colette rispetto a quelle della macchina precedente, che rendono eternamente lunghe le operazioni) abbiamo deciso che vi propineremo le foto in ordine di città visitata, perché per tema veniva una noia. Quindi direi che ora possiamo mettere, toh.. i primi due-tre giorni di viaggio. Per la cronaca, la scarsità di immagini relative a città è da imputare al fatto che, essendo il viaggio organizzato dal corso di Storia Greca, si sono visti prevalentemente siti archeologici.

Fifteen Men on a Dead Man’s Chest

Alla fine le foto hanno assunto un ordine a casaccio. Cioè, l’ordine che mi ispirava. Un ordine sparso. Vabbè, tanto lo sapete che questo blog non ha regola alcuna.

Ci vediamo nei prossimi giorni per il resto delle foto e del viaggio!

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Gita a Venezia in super-ritardo e ritratti di famiglia.

Mi è stato giustamente fatto notare che è un pochino di tempo che non scrivo nulla, e in effetti mi è sembrato sbagliato privarvi così a lungo dei miei tanto attesi post.

La verità è che è tutta colpa di Tumblr. Se su Tumblr la smettessero di mettere foto bellissime di posti bellissimi, io la smetterei di tentare di organizzare viaggi per la Polinesia Francese e starei qui a scrivere. A proposito, qualora organizzassi una colletta sul blog, qualcuno contribuirebbe con misericordia a farmi le elemosina così da farmi partire con la promessa di nuovi meravigliosi post?

Inoltre non ci sono stati grandi aggiornamenti, a parte il breve annuale tour a Venezia dai nonni per il Carnevale, durante il quale ho fatto sia foto che video, che sfortunatamente però sono venuti così tanto da schifo che non ne posterò nemmeno uno per la vergogna. Ciononostante, posso raccontarvi almeno alcuni aneddoti carini riguardo al soggiorno, che si possono riassumere in [inserire qui numero dopo averli elencati] episodi:

1. Mio cugino si è vestito da trans. Cioè, avrebbe dovuto essere semplicemente vestito da donna, ma il risultato è stato più simile a un trans. Mi ha fatto giurare che non avrei messo le sue foto online, cosa del tutto inappropriata visto che così tutti avrebbero potuto vedere con che razza di tacchi (miei) è andato in giro tutto il pomeriggio, dimostrando una notevole sopportazione del dolore. Anche le mie scarpe hanno dimostrato una notevole sopportazione del dolore, visto che mio cugino porta il 43 e io il 37. Nonostante quindi il tacco si piegasse da un lato come uno spaghetto sul lato della pentola quando inizia a cuocersi, nonostante il suo incedere assomigliasse a quello del protagonista di Jurassic Park (e non parlo di Sam Neill, parlo del tirannosauro), e nonostante un mio “iiiiiiiih!” e “aaaarghh” ad ogni suo passo, le mie scarpe hanno retto senza disintegrarsi, il chè prova non solo che mio cugino ha del talento, ma che le scarpe di Barbès sono le migliori mai prodotte.

2. C’è gente che parla nel sonno, gente che cammina nel sonno e gente che russa nel sonno. Mia nonna prega nel sonno. Sì. L’interessante scoperta è avvenuta la seconda sera che ho dormito con lei. Mi stavo mettendo il pigiama, quando sento mia nonna – che credevo essere addormentata – che mi dice qualcosa. Non capisco e le urlo che cosa ha detto [N.d.R. La nonna veneziana della R.c.l.V. è sorda come una campana, perciò d’ora in poi qualunque verbo che indichi un’azione parlata verrà sostituito dal verbo “urlare”]. Non ottengo risposta. Ma subito dopo, eccola di nuovo. “Prega per noi pecczzzori.. dszzzlrzzz nostra mortzzz..”. Amen. È andata avanti con il rosario fino al momento in cui mi sono infilata sotto le coperte ghiacciate [N.d.R. Poiché come si può immaginare Venezia non è la città dal clima più secco d’Italia, in inverno si produce un affascinante fenomeno: quando ci si infila in mezzo alle coperte non sono solo fredde. Sono bagnate. Cioè, non è che mia nonna mi costringa seriamente a dormire sotto lenzuola bagnate, sia chiaro. Sono talmente umide che sembrano bagnate. Così non solo si ha freddo perché è inverno, ma si avrà freddo anche il mattino dopo, perché l’umidità si sarà infilata dentro al pigiama e dentro alle ossa], momento in cui mia nonna mi ha urlato nell’orecchio “PAOLO TI GA’ PORTA’ A CASA?” [N.d.R. Paolo è uno dei due zii della R.c.l.V., dal quale si era recata a cenare]. Io ho a mia volta urlato un sì che lei non ha sentito, visto che si era già tolta l’apparecchio – ho tentato di spiegarle che è inutile che mi faccia le domande senza l’apparecchio acustico, che tanto non sente le risposte, ma da quell’orecchio non ci sente; e nemmeno dall’altro, in effetti, comunque – così ha urlato di nuovo “PAOLO TI GA’ PORTA’ A CASA?” e io ho urlato di nuovo sì.

Questo ci introduce ad un altro importante punto delle visite a Venezia, e cioè che mia nonna più o meno capisce l’italiano, ma non lo parla. E io più o meno capisco il veneziano, ma non lo parlo. Questo ogni volta ci fa sentire ancora di più la mancanza di mio nonno, che oltre che con il suo nomignolo interfamiliare “il Cocchiere” era conosciuto anche come “l’Interprete”. Il soprannome era stato coniato dopo un divertente alterco con mia nonna quando ero piccola. Durante un mio soggiorno estivo, prima di andare a dormire, la nonna mi aveva avvertita di stare attenta ai musatti, e di proteggermi schissandoli con un sugaman bagnà, cosa che mi aveva alquanto angosciato, dal momento che non avevo idea di cosa fossero i musatti nè di quanto pericolosi potessero essere, nè soprattutto di cosa avrei dovuto fare per proteggermi. Quando la mattina dopo mia nonna ha trovato il muro coperto di schizzi di sangue e me piena di ferite, prima di incazzarsi per il fatto di dover ripulire la parete, ha chiamato mio nonno – l’Interprete, per l’appunto – affinché mi spiegasse che i musatti sono le temutissime zanzare veneziane e che avrei dovuto farle fuori con un asciugamano bagnato, che le acchiappa prima che si spatacchino sporcando il muro {N.d.R. No. Le zanzare veneziane non sono uguali al resto delle zanzare italiane. A Venezia sono stati i primi ad avere zanzare che pungevano di giorno, molto prima della nascita della prima zanzara tigre; sono zanzare bioniche che non si staccano neanche quando le hai spiaccicate e che attaccano in nugoli tanto folti da potersi trovare anche con una ventina di loro attaccate addosso, senza più sapere da che parte iniziare per scacciarle; iniettano una sostanza almeno dieci volte più prudolosa delle altre zanzare; l’Autan lo mangiano a colazione [inoltre, la grande presenza di zampironi sui davanzali ha lasciato a me una curiosa forma di tossicodipendenza; credo di essere l’unica persona al mondo che ama alla follia l’odore degli zampironi]; un’estate, dopo una settimana che stavo lì, ricordo di aver contato 76 pizzichi [altro curioso fatto linguistico: ancora oggi devo impegnarmi per ricordare che si dice “pizzichi”, perché l’etimologia della parola per me è così legata a Venezia che io continuo a dire “becchi”] solo sulle gambe}. Per chi conosce il veneto – ma vi prego, anche per chi non lo capisce – consiglio questa geniale canzone reggae che riassume perfettamente la mia esperienza. Inoltre la parte parlata in mezzo al pezzo sembra una registrazione dei miei nonni.

Carlo e Giorgio – Autan

[N.d.R. A questo punto la redazione del post ha subito una brusca e prolungata pausa per poter cantare con fare convinto per due ore “passime l’Autan, passime l’Autan, passime passime passime l’Autan”].

3. Mi sono persa la cena luculliana preparata dai miei parenti per la sera in cui è arrivato l’OP, a causa di un mal di testa di proporzioni epiche che mi ha costretta a letto per metà serata, sdraiata sotto il cappotto con solo una gamba di fuori perché non avevo la forza di coprirla. Gesto sconsiderato da parte mia, perché ha permesso a mio zio [N.d.R. Non Zio Paolo, Zio Andrea] di entrare in camera, proprio mentre il mal di testa stava iniziando ad andarsene, svegliandomi per chiedermi dove avevo messo l’altra gamba.

Sul momento se avessi avuto la forza gli avrei mangiato il naso, ma ripensandoci il mattino dopo non la smettevo più di ridere.

Nel caso non l’abbiate capito, quello veneziano è il lato della famiglia dal quale ho preso il mio senso dell’umorismo vagamente surreale.

Il fatto di avere mal di testa come dicevo mi ha fatto perdere le canocchie, i peoci e le pevarase, cosa per la quale mi sono mangiata le mani fino ai gomiti, visto che amo la cucina di pesce e che in queste occasioni la mia famiglia dà il meglio di sè. Oh, beh. Vorrà dire che dovrò tornare presto.

E siccome ormai vi ho parlato della mia famiglia anche da parte veneziana, diamo loro un volto con le mie due foto preferite, che prima o poi verranno rubate da casa di mia nonna perché le adoro. Per leggere gli aneddoti allegati, come sempre poggiare il mouse sulle immagini (lo so che vi tambusso i maroni ogni volta con ‘sta cosa, ma ci tengo, oh!).

Prima o poi, a costo di rischiare la vita (mia mamma potrebbe uccidermi, lo so) metterò anche la mia foto preferita della famiglia dalla parte di Bologna, quella del matrimonio di mio prozio, in cui mia nonna sembra contenta come a un funerale, Tata (nel caso non ve la ricordaste, vergognatevi e poi fate click qui per rinfrescare la memoria) cerca di entrare di straforo dietro alla foto, Betta è girata dalla parte opposta all’obiettivo e mia mamma ha una faccia sofferente come se quello fosse il suo ultimo giorno di vacanze prima di tornare a scuola. Un capolavoro di ritratto di famiglia.

UPDATE

Due ore dopo, sto ancora cantando “passime l’Autan, passime l’Autan, passime passime passime l’Autan”.

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Ragù halal, pollo kasher e castagne allucinogene.

Nella furia di preparare la valigia alle 3 di notte tentando contemporaneamente di scrivere un articolo per CLAMM mi sono dimenticata di scrivere il post programmato per farvi gli auguri, quindi.. auguri di buon Natale!

Eccoci qui, sono tornata dal viaggetto natalizio a Parigi con mia zia e mia cugina (tecnicamente si tratterebbe della zia e della cugina di mia mamma, in altre parole la mia prozia e mia cugina di secondo grado, ma mi viene un po’ macchinoso chiamarle così, visto che peraltro le fa sembrare due estranee, cosa che decisamente non sono, quindi saranno mia zia e mia cugina, o anche Tata e Betta). Un gruppo quantomeno alternativo. Una con il collo bloccato e tendenza alla colite che prendeva 750 tipi di pillole diverse al giorno, detta anche “la Malata Immaginaria”; una che in teoria non aveva nulla, ma per solidarietà verso la prima si è fatta iniziare il ciclo così da essere presa dai crampi alle ovaie, detta anche “la Ragazza con la Valigia”; e una che avrebbe dovuto essere la messa peggio, essendo ultrasettantenne, e che invece era la più sbarbina di tutte e, oltre a tentare ripetutamente di passare con il biglietto di altre persone in metropolitana, si è pure fatta di castagne allucinogene (e non solo. Tra le altre sostanze stupefacenti assunte da quest’ultima, vorremmo ricordare: il famigerato hasidos, l’acido ludico e l’acido ianunolico). Detta anche.. Tata.

Nel caso vi stiate chiedendo cosa sono le castagne allucinogene, sono quelle che trovate dai pakistani rivenditori di caldarroste davanti alle gallerie Lafayette; dopo che vengono ingerite, danno curiosi effetti allucinogeni, e la persona che ne ha fatto uso inizia a sparare una serie di cazzate molto divertenti. Il fatto che Iggy Pop quest’anno sia l’uomo immagine delle gallerie Lafayette forse spiega il perché della vendita di castagne allucinogene. L’hasidos, l’acido ludico e l’acido ianunolico non sono altro che le sostanze psicotrope di cui mia zia ha ammesso di fare uso mentre era sotto l’effetto delle castagne allucinogene.

Tra le altre varie avventure, ricordiamo il momento in cui mia cugina è rimasta a piedi per colpa di una carrozzina invadente mentre io e mia zia siamo salite sul metro. E mia zia, non ancora sotto l’effetto calmante delle castagne e incurante del fatto che mia cugina è adulta e vaccinata, del fatto che le avevo mimato dal metro di aspettarci lì perchè saremmo tornate indietro e anche del fatto che tutte e tre avevamo il cellulare dietro, si è fatta prendere dal panico, e ha iniziato a correre da tutte le parti preoccupatissima di non ritrovare mai più la sua bambina. Come previsto, la sua bambina ci aveva aspettate seduta alla fermata. L’abbiamo recuperata senza danni ma da quel momento Tata non ha più passato un secondo senza staccarsi da lei, o in alternativa senza chiedere “Dov’è Betta?!”, persino sull’aereo.

Giusto per saltare di palo in frasca, nel caso abbiate deciso di comprarvi una casa a Parigi, prima di acquistare, informatevi su chi è l’amministratore di condominio. Se è una società chiamata Lamy, andate a cercare un’altra casa.

ANTEFATTO

Essendo un filino preoccupata dall’arrivo, circa due mesetti fa, di una lettera in cui si sosteneva che io fossi in debito con questa società di circa 2000€, tento di raggiungere telefonicamente varie e varie volte le due persone indicate sulla lettera, ossia il contabile e la signorina dei contenziosi, che ora per comodità chiameremo Cip e Ciop. Non ricevendo alcuna risposta, mando un’email a Cip, dicendogli di spiegarmi cortesemente cosa fossero quei 2000€. Non ricevendo ancora risposta, riprovo a chiamarlo. Finalmente ottengo un’udienza, e Cip, in un francese smangiucchiato, borbottato e incomprensibile nonostante le mie ripetute richieste di alzare la voce perché non riuscivo a capire una Cip-pa, leggendo la mia mail in diretta telefonica, mi comunica che mi risponderà mandandomi il dettaglio del pagamento. Rassicurata, metto giù il telefono. Dopo soli due giorni mi arriva la mail di Cip. La mail di Cip non è altro che una copia della lettera che mi era arrivata via posta, in cui mi dicono che devo loro circa 2000€. Alterata per l’ottusità di Cip, cerco di mandare un’email anche a Ciop, al suo indirizzo ciop3@amministratorecippa.com. Ed ecco che mi arriva una notifica che mi rende noto che l’indirizzo non è attivo. Sperando che quel “3” alla fine dell’indirizzo sia un refuso, lo tolgo, e ritento l’invio. Mi risponde Cindy, che ha lo stesso cognome di Ciop, che mi dice che non è lei la persona che cerco, e mi dà un altro indirizzo. Mando una mail a questo nuovo indirizzo e non ottengo risposta. Non so se a questo punto avete notato anche voi la somiglianza con il bue che bevve l’acqua che spense il fuoco che bruciò il bastone che picchiò il cane che morse il gatto che si mangiò il topo, e non so se di conseguenza è venuto anche a voi il dubbio che esista un bug nella burocrazia francese addirittura peggiore che in quella italiana.

Comunque.

Siccome non ottengo mai risposta, invio a entrambi una mail che so benissimo che non verrà mai letta in cui faccio minacciosamente sapere che il 22 mi recherò personalmente a Parigi per risolvere questa questione.

FINE DELL’ANTEFATTO

Così, il 22 pomeriggio, un’ora dopo essere arrivata a Parigi, vado nell’ufficio della filiale della società più vicino a casa mia. E l’ufficio è chiuso. Per nulla scoraggiata, ma anzi determinata ad avere la meglio, mi ripresento lì alle 9 del mattino seguente, entro trionfante, e la segretaria mi dice che il mio immobile non è gestito dalla loro filiale. E io dico “Ma come non è gestito da voi? E da chi è gestito?” “Ah, non lo so!” “E non può controllare?” “Eh, no!” “Ma non avete una rete interna?” “Eh, no!” “E guardare su Google?” “Eh, no!” “Mi scusi, ma le segretarie qui servono come i pompieri?”. Alla fine riesco a farmi dire che forse il mio immobile è gestito dalla loro filiale in rue du Général des Mes Marons. Così tutta l’allegra combriccola si dirige verso rue du Général des Mes Marons. E una volta arrivate, scopriamo che quella filiale non esiste più, perché si è trasferita in rue Mesonrot les Palles. E anche qui, ritorna il motivetto del bue che bevve l’acqua che spense il fuoco che bruciò il bastone che picchiò il cane che morse il gatto che si mangiò il topo. Leggermente più scoraggiata (leggi: in lacrime sbattendo la testa contro il portone del palazzo), insieme all’allegra combriccola parto per rue Mesonrot les Palles. Una volta arrivata, una signora mi guarda con aria perplessa e mi chiede chi sono e cosa faccio lì. Le spiego tutta la questione del bue che bevve l’acqua che spense il fuoco che bruciò il bastone che picchiò il cane che morse il gatto che si mangiò il topo, e lei mi reindirizza da una signorina che, deo gratias, decide di darmi una mano. Mi spiega che Cip è in ferie e Ciop è in congedo maternità e se Dio vuole mi indica cosa devo fare.

Dopo queste dodici fatiche di Ercole ci siamo godute un po’ di shopping (leggi: ho sbavato davanti un abitino di Petit Bateau che spero di potermi permettere con i saldi qui a Bologna) e un giro sugli Champs Elysées – o, tradotto in bolognese da mia zia, Sant’Elisè. Quando poggerete il mouse sulle immagini troverete anche le altre traduzioni da lei offerte per i luoghi visitati.

E, come promesso, ecco di nuovo delle foto. Siccome posso percepire la stanchezza nei vostri occhi a vedere foto sempre dello stesso posto – so che mettere sempre foto di Parigi è comunque meglio che mettere sempre foto di Madonna dei Fornelli, ma comunque gira che ti riprilla è sempre la stessa broda – ho deciso di tentare di dare un’angolazione differente rispetto alle mie classiche foto colorate-a-pastello-super-sdolciose-e-zuccherose-con-il-rosa-e-l’-azzurrino-e-il-verdino-ai-limiti-della-glicemia, e stavolta vi offro una Parigi by night. Per coloro di voi che fossero comunque affezionati (come me, poi) alle mie classiche foto colorate-a-pastello-super-sdolciose-e-zuccherose-con-il-rosa-e-l’-azzurrino-e-il-verdino-ai-limiti-della-glicemia, non temete. Una visitina a Ladurée con relativi scatti ai macarons come sempre non me la toglie nessuno.

Ed ecco poi le fotine zuccherose. Era impensabile credere che non ne avrei fatta nemmeno una.

Solo ora mi rendo conto di non avervi raccontato il mio Capodanno 2010. Questo sarà rilevante [N.d.R. Se leggete correttamente la parola “rilevante”, sappiate che è stata scritta così dopo numerosi tentativi] [N.d.R. Così come la parola “tentativi”] per ciò che andrò a narrare dopo. Quindi, apriamo un altro antefatto [N.d.R. Anche la parola “antefatto” ha dovuto subire una revisione. Se non l’avessimo fatta, a quest’ora la leggereste “antegatto”] [N.d.R. Però siccome “antegatto” tutto sommato ci piace, penso che la terremo così].

ANTEGATTO

Capodanno 2010. Sugarmama ha inspiegabilmente promesso ai suoi amici tedeschi e francesi che alla festa organizzata da una sua amica di Parigi avremmo preparato un vero ragù bolognese. Promessa alquanto azzardata, se teniamo in conto che io non sono nemmeno in grado di cuocere un uovo sodo e che qualunque cosa venga messa in mano a Sugarmama ha il 99% di possibilità di finire rotto/perso/distrutto/irrimediabilmente danneggiato. E pur tenendo conto di queste sgangherate premesse, ha deciso di promettere comunque. E, quel che è peggio, me lo viene a dire due ore prima della festa. Ora, trovare un macellaio aperto il 31 dicembre, è quantomeno improbabile. Tuttavia, grazie al fatto che Parigi è una città multietnica, siamo riuscite nell’impresa: abbiamo trovato una macelleria araba. Evidentemente, non avevano carne di maiale, quindi diciamo che è venuto un ragù monco e per di più fatto con carne halal. Oltretutto, non so se proprio perché era stato fatto con carne halal, è uscito il ragù più puzzolente che la storia ricordi. Chiariamoci: non una puzza puzza, diciamo la normale puzza di ragù (ammettiamolo, il ragù puzza) (quante volte ho scritto la parola “puzza” in questa frase?) amplificata dieci volte. Però è venuto buono. Certo, il fatto che abbiamo impiegato due ore per trovare gli ingredienti, e che il ragù necessita di almeno due-tre ore di cottura più una di preparazione, ha fatto sì che il cenone fosse pronto alle 23.00. Ma è un dettaglio.

FINE DELL’ANTEGATTO

Quindi, dopo il cenone di Capodanno con ragù di carne halal, non mi era rimasto altro da fare che il pranzo di Natale con carne kasher. Perché, come il 31, anche il 25 dicembre non è il giorno migliore per andare a fare la spesa. Ed ecco che ritorna in aiuto la multietnicità di Parigi, e soprattutto il fatto di avere la casa nel centro del quartiere ebraico. Poiché, per ovvie ragioni, gli ebrei non festeggiano il Natale, la macelleria ebraica sotto casa era aperta, e così abbiamo poituto mangiarci un bel polletto kasher arrosto.

Visto? Così si risolve il conflitto israeliano-palestinese e si riuniscono non due, ma ben quattro religioni: Capodanno Halal, Natale Kasher. Siamo dei geni della riappacificazione culinaria.

Certo, in realtà stare in una città multietnica significa non avere mai la certezza di dove andrai a fare la spesa. Se in teoria il giorno di riposo per gli arabi è il venerdì, per gli ebrei il sabato e per i cristiani la domenica, le cose si complicano quando l’arabo sotto casa decide di stare chiuso il lunedì perché fa digiuno, quando l’Hanukkah, la Festa delle Luci ebraica, cade dal 21 al 28 dicembre, e quando il 26 dicembre in Francia non è giorno festivo, facendo sì che in realtà quando pensavi di trovare aperto il cristiano è chiuso lui e anche l’arabo, quando l’ebreo doveva chiudere, è aperto lui e pure il cristiano, e magari un bel giorno sono chiusi tutti e tre. Insomma, non si sa mai quando è aperto chi e chi è aperto quando, cosa che ha messo non poco in crisi mia zia, che credeva che il pong [N.d.R. Internet point] fosse chiuso perché era lunedì, quando invece era chiuso solo perché erano le 8.30 del mattino.

e..

questo è tutto.

Non è vero. Vorrei fare un applauso all’OP che nonostante la sua rinomata diffidenza verso qualunque forma di tecnologia più avanzata di un calamaio, dopo essersi comprato un portatile, è anche riuscito ad installare correttamente Skype e a connettersi circa trecento volte nella giornata di oggi per videochattare dalle Marche con la sua Stufetta, cosa che l’ha resa felice – e stupita – circa trecento volte.

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