Io, me e Colette (e l’OP, e gli animali della foresta)

Guardate bene questo video.

L’avete visto?

Credevate forse che fosse la casa dei Sette Nani con Biancaneve che fa le pulizie?

Sbagliavate. Quella è casa dell’OP, e quello è l’OP.

Il mio moroso non è il principe azzurro, è una principessa Disney. Se mettessi io delle briciole sul mio davanzale nel giro di cinque minuti mi troverei con un’invasione di formiche e cornacchie, e invece a lui capitano questi!

Non è la bestiolina più pucciosa? Invidia, invidia, INVIDIA per lui – anzi, sua mamma che ha scattato la foto – che trova questo davanti alla porta d’entrata, e uno azzurro e giallo (SÌ! AZZURRO E GIALLO!

COME QUELLI NEL VIDEO!!!) che lo osserva dalla finestra mentre studia. Ho fatto male a mettere la foto del pettirosso obeso, mi dà il malsano impulso di voler mordere lo schermo del pc.

MA! Non era questo il vero motivo per cui ho scritto il post!

[N.d.R. Invece sì, dai.. almeno ammettilo..]

[N.d.R.c.l.V. No, davvero, volevo già scriverlo prima che l'OP mi inviasse la foto!]

[N.d.R. Come no, ma a chi vuoi darla a bere? Tutti sanno che hai un debole per gli animali grassi, tipo i carlini, i grizzly, i vombati, i criceti, le marmotte e i gatti in sovrappeso, ti serviva solo una scusa per poterne finalmente parlare su questo blog]

[N.d.R.c.l.V. E vabbè, tanto sapete tutto voi!]

[N.d.R. Certo che sappiamo tutto noi, siamo la Redazione!]

Dicevo?

Ah, sì. Non è questo il vero motivo per cui ho scritto il post. La verità è che volevo presentarvi un nuovo membro della Famiglia Tecnologia della RclV! Da qualche mese a questa parte, sto risparmiando in vista di un acquisto (sì, di quelli intelligenti e ponderati!): una macchina fotografica reflex che sia ufficialmente mia e non rubata a mia mamma. E così, sfidando [N.d.R. ecco un'altra di quelle parole che la RclV non è in grado di scrivere senza fatica e concentrazione; riuscita dopo il primo tentativo fallito, "sifdanto"] [N.d.R.c.l.V. Ma dico, abbiamo finito di screditarmi così?!] la tormenta glaciale, forte del fatto che nessuno sarebbe stato così scemo da uscire per andare a comprare l’ultima macchina fotografica disponibile in negozio, sono uscita e sono andata a prenderla. Si chiama Colette. Quindi vi lascio alle fotine e al piccolo video che ho fatto; e mi raccomando, per i retroscena poggiate il mouse sulle foto!

E siccome questo post mi sembrava eccessivamente serio, ecco qui due foto dense di significato, tra cui una del mio amato Buondì.

E, dulcis in fundo, ecco il mio primo cortissimometraggio! (Che visto qui non è un granché, se lo vedete su Vimeo potete cliccare su HD e vederlo in HD, che rende senz’altro meglio.. se no cosa ho comprato la macchina che fa video in HD a fare?).

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Ho vinto un premio!

Allora, innanzitutto iniziamo col dire che ho ricevuto il primo premio della mia esistenza – sì: non ho mai vinto niente nemmeno a tombola o alla lotteria di Ferragosto di Zaccanesca – e me l’ha dato l’adorabile blogger dall’ancor più meglio nick La Rockeuse, e funziona così.

- ringrazia la persona che ti ha premiato con l’award, includendo un link sul tuo blog [Fatto ]
- condividi 7 informazioni a caso su di te [Fatto sotto ]
- manda l’award ad altri 15 blogger che ti piace seguire e faglielo sapere [Fatto sotto di nuovo. Ma non sono 15, perché non ne ho così tanti ]

E siccome mi hanno taggata anche in un altro giochino, in questo post di OBlezio, che non sapevo nemmeno mi seguisse (sempre per la serie: qui dalla Ragazza con la Valigia siamo sempre aggiornati in tempo reale sui fatti del mondo e in particolare su quelli che ci riguardano), ormai unisco tutto in un unico post. Per questo tag dovevo invece stabilire una classifica di 7 miei post (il 7 ritorna!) e ritaggare 7 blogger.

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Memorandum

Nei prossimi giorni scriverò un post dei miei soliti. Questo sarà brevissimo, ma necessario, solo per ricordarvi che siamo le ultime generazioni che potranno sentire i racconti della guerra direttamente da chi li ha vissuti.

Pochi giorni fa, studiando per l’esame di letteratura italiana,ho letto sul manuale una frase che mi ha colpito: “Per il neorealismo post-bellico, lo scrittore non è più un letterato, ma un testimone”. Ho avuto la fortuna di assistere personalmente a due conferenze di due sopravvissuti di Auschwitz, Liliana Segre e Elie Wiesel. Ma credo che ognuno di noi abbia la fortuna di conoscere qualcuno che ha vissuto quel periodo: chiediamo a chi conosciamo; potremo raccontare a chi verrà dopo di noi, e spiegheremo loro perché il 27 Gennaio è IL giorno da ricordare.

«Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai».

Elie Wiesel

«Devo dire che l’esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto. [...] C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo».

Primo Levi

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Ho bucato (ovvero, come uscito involontariamente durante una conversazione con Cesco: Il bucato mi ha steso)

E’ morto Megavideo. E suo padre Megaupload. 72 minuti di silenzio per commemorare la loro scomparsa, per carità. Questo è un lutto per l’intera nazione; che dico?! Per l’intero globo. La prova che forse è il caso che gli amici di Voyacesc si sbrighino a trovare i tredici teschi di cristallo e le sette sfere del drago (SOPRATTUTTO le sette sfere del drago!) perché temo che questo sia davvero un segno che il mondo sta andando a alla malora.

E infatti stamattina (anzi, ieri mattina, quando ho fatto la doccia) ho ricevuto un altro segno: non ho più mutande pulite. Neanche una. Neanche quelle cippa che uso durante il ciclo – quelle della serie “Se si macchiano, chissene!” e “Con due paia di mutande siamo sicure che non si muove nulla!”. Niente. E in realtà anche tutto il resto del bucato era da fare. Dunque, non potendomi [più] permettere di comprare un vestito nuovo ogni volta che non ho abiti puliti, ho pensato: “Beh, prendo la mia roba e vado a fare il bucato”.

Ora, la frase “Vado a fare il bucato” assume un significato letterale se teniamo in considerazione che la lavatrice a casa mia è rotta dal 2008 e che la lavanderia a gettoni con il parcheggio sta a circa 5km da casa. Ma ho pensato che tanto, per l’appunto, non sarebbe stato un problema, visto che ho Buondì. Questo pensiero risale a prima di vedere la mole di bucato da trasportare fino alla macchina.

Il primo problema si è presentato quando mi sono incastrata nella porta della mia camera. Avevo messo la mia borsetta a tracolla appoggiata alla spalla sinistra e al fianco destro, il borsone da viaggio con la roba scura su entrambe le spalle, lo zaino Napapijri con la roba chiara (scrivo la marca tanto per darvi un’idea delle dimensioni, cosa che “borsone da viaggio” non può fare precisamente, certo non per vantarmi della suddetta marca; se avessi voluto vantarmi di una marca, vi avrei detto che ho comprato un adorabile vestitino di Petit Bateau) sulla spalla destra (qui qualcuno potrebbe iniziare a chiedersi quante spalle ho. Ne ho solo due. Su una spalla era caricata più di una cosa), la borsa di plastica con la roba rosa appesa al braccio sinistro, il detersivo liquido da un litro e mezzo appeso al braccio destro, il manuale di italianistica nella mano sinistra, così come il golfino non-si-sa-mai-metti-che-faccia-un-gran-freddo, e le chiavi della macchina appese a non mi ricordo quale dito di quale mano.

Così agghindata arrivo alla macchina, salgo, e un delizioso cagnolino decide che vuole a tutti i costi salire con me e le mie tre valige, il manuale, il golfino e il detersivo. Convinco il padrone che non so proprio dove mettere anche il suo cagnolino, che Buondì è grande come un buondì (cosa lo chiamavo Buondì a fare se fosse stato grande come un panettone? Se fosse stato grande come un panettone l’avrei chiamato Panettone).

Arrivo vicino alla lavanderia a gettoni, parcheggio Buondino e – con solo metà carico – mi dirigo verso le lavatrici.

Le lavatrici sono più lontane di quanto ricordassi.

Torno alla macchina.

Riprendo la macchina.

Arrivo alla lavanderia e scopro che a. la lavanderia era circa a un chilometro di distanza dal mio parcheggio e b. che c’era parcheggio praticamente a due passi dalla lavanderia. Così, una volta parcheggiata, scendo sempre con metà carico di bucato, sotto lo sguardo attento di un pazzo con la barba grigia e gli occhi inquisitori che mi avrà presa per una pazza più pazza di lui, ed entro in lavanderia. E scopro che non c’è la macchina per cambiare i soldi. Dal momento che è difficile che io possieda circa 20€ tutti in monetine da uno, nascondo il mio bucato dentro una lavatrice giusto perché non stia in bella vista, esco e vado a fare il giro dei negozianti della zona. Apparentemente, *nessuno* ha monetine. Trovo un’anima pia che fa la barista in un posto dove hanno anche le slot machines. Resisto alla tentazione di giocarmi lì i soldi del bucato – chissà, magari sarei riuscita a lavare tutto con le vincite? – e cambio i dindini alla macchinetta-cambia-dindini (i dindini cambiati sono solo monete da 2€. Lo mettiamo in risalto perché tornerà utile ai fini della narrazione). Quando torno in lavanderia grazie al cielo la mia roba era ancora tutta dove l’avevo nascosta.

E poi mi trovo nel pieno di un dramma matematico.

Ci sono sette lavatrici. Due da 16kg, tre da 8kg e due da 5kg. Io avevo circa 15.000kg di roba da lavare, quindi la scelta andava da sè verso quelle da 16kg. Che prendono solo monete da 1€.

Analizzo le altre. Appiccicato a una di quelle da 8kg e a una di quelle da 5kg c’è un pelo sospetto. Sull’altra da 8kg una macchia di colore sospetto. Mi rimangono da usare una da 8kg e una da 5kg. E così, impiego solo 4 ore per fare cinque lavatrici, tra le urla di una ragazza che in un primo momento credevo essere straniera, per poi scoprire che parlava in dialetto napoletano, e che era preoccupatissima perché aveva già messo la roba portata da casa dentro l’asciugatrice, ma l’asciugatrice non partiva, per poi rendersi conto che bastava chiudere lo sportello. Nel frattempo, tra la seconda e la terza lavatrice inizio a chiedermi se per caso il parcheggio non fosse a pagamento. Fortunatamente, come vedete dal titolo (che non è “Paperino e la 313 Atto IV”) il parcheggio era gratuito, ma un simbolo strano su un cartello che non ricordo cosa voglia dire mi aveva messo qualche dubbio, tanto da lasciarmi in ansia per le restanti tre lavatrici (che per la cronaca, durano ognuna dai 28 ai 38 minuti).

Per tutti coloro che avessero da obiettare “Ma come diamine hai fatto a prendere la patente e non ricordarti praticamente neanche un segnale stradale?!” rispondo che a. il cartello più difficile che mi sia capitato all’esame di teoria è stato quello “Attenzione, attraversamento mucche” e b. a scuola guida nessuno ci ha mai spiegato dove parcheggiare. A scuola guida ti insegnano come parcheggiare, non dove. E in genere lo fanno in posti dove non ci sono strisce, cartelli, vigili, nulla. Quindi io so controllare il mio amato Buondì come se le sue ruote fossero i miei piedi, so cambiare le marce bene come se fossi sulle rotaie, so parcheggiare in spazi microbici, so consumare meno benzina quando voglio, so partire con la sgommata e so fare le derapate. Ma dove parcheggiare, no. Penso l’abbiate ormai capito. Comunque, che qualcuno mi spieghi cos’è quel simbolo (ho idea che abbia a che vedere con il disco orario, ma francamente non ho mai capito come funzioni un disco orario)(nè cosa sia, in effetti), cortesemente, perché vista la mia fortuna con i vigili..

Ma tutto è bene quel che finisce bene, e dopo aver quasi messo sotto un pedone che si è gettato incoscientemente in mezzo alla strada e nemmeno dove c’erano le strisce proprio poco dopo il momento in cui mi ero appena immessa sulla carreggiata con la testa fuori dal finestrino rivolta indietro per vedere che non passasse nessuna macchina – un qualche simpaticone mi ha rotto tempo fa lo specchietto destro – e stavomi giustappunto rigirando con lo sguardo rivolto dinanzi a me per scoprire che i tergicristalli, azionati per spostare la brina, non avevano fatto altro che peggiorare la situazione, sporcando il vetro in modo tale che vedevo solo degli aloni di luce intorno a me, sono finalmente giunta a casa, con un inizio di congelamento ai piedi.

Ma con il bucato pulito.

PS. E voglio vedere quanti di voi riusciranno a decifrare l’ultimo periodo, composto da una frase reggente e dodici subordinate di cui solo una di primo grado.

PPS. Se vi interessa, c’è anche il mio nuovo articolo su Clamm Cinema, sul delizioso film Caramel (che ero riuscita a scrivere, ebbene sì, “Catramel”).

PPPS. Oggi su Facebook ho trovato queste meraviglie di foto. Il freddo micidiale di questi giorni ispira a postarle. Le ha fatte uno scienziato pazzo (nel senso buono) di nome Kenneth Libbrecht; metto qui solo alcune foto perché sul sito dice che vanno usate con parsimonia, e ovviamente eccovi il link dove potete trovare tutte le adorabili foto: SnowCrystals.

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