Memorandum

Nei prossimi giorni scriverò un post dei miei soliti. Questo sarà brevissimo, ma necessario, solo per ricordarvi che siamo le ultime generazioni che potranno sentire i racconti della guerra direttamente da chi li ha vissuti.

Pochi giorni fa, studiando per l’esame di letteratura italiana,ho letto sul manuale una frase che mi ha colpito: “Per il neorealismo post-bellico, lo scrittore non è più un letterato, ma un testimone”. Ho avuto la fortuna di assistere personalmente a due conferenze di due sopravvissuti di Auschwitz, Liliana Segre e Elie Wiesel. Ma credo che ognuno di noi abbia la fortuna di conoscere qualcuno che ha vissuto quel periodo: chiediamo a chi conosciamo; potremo raccontare a chi verrà dopo di noi, e spiegheremo loro perché il 27 Gennaio è IL giorno da ricordare.

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

Elie Wiesel

Devo dire che l’esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto. [...] C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.

Primo Levi

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Ho bucato (ovvero, come uscito involontariamente durante una conversazione con Cesco: Il bucato mi ha steso)

E’ morto Megavideo. E suo padre Megaupload. 72 minuti di silenzio per commemorare la loro scomparsa, per carità. Questo è un lutto per l’intera nazione; che dico?! Per l’intero globo. La prova che forse è il caso che gli amici di Voyacesc si sbrighino a trovare i tredici teschi di cristallo e le sette sfere del drago (SOPRATTUTTO le sette sfere del drago!) perché temo che questo sia davvero un segno che il mondo sta andando a alla malora.

E infatti stamattina (anzi, ieri mattina, quando ho fatto la doccia) ho ricevuto un altro segno: non ho più mutande pulite. Neanche una. Neanche quelle cippa che uso durante il ciclo – quelle della serie “Se si macchiano, chissene!” e “Con due paia di mutande siamo sicure che non si muove nulla!”. Niente. E in realtà anche tutto il resto del bucato era da fare. Dunque, non potendomi [più] permettere di comprare un vestito nuovo ogni volta che non ho abiti puliti, ho pensato: “Beh, prendo la mia roba e vado a fare il bucato”.

Ora, la frase “Vado a fare il bucato” assume un significato letterale se teniamo in considerazione che la lavatrice a casa mia è rotta dal 2008 e che la lavanderia a gettoni con il parcheggio sta a circa 5km da casa. Ma ho pensato che tanto, per l’appunto, non sarebbe stato un problema, visto che ho Buondì. Questo pensiero risale a prima di vedere la mole di bucato da trasportare fino alla macchina.

Il primo problema si è presentato quando mi sono incastrata nella porta della mia camera. Avevo messo la mia borsetta a tracolla appoggiata alla spalla sinistra e al fianco destro, il borsone da viaggio con la roba scura su entrambe le spalle, lo zaino Napapijri con la roba chiara (scrivo la marca tanto per darvi un’idea delle dimensioni, cosa che “borsone da viaggio” non può fare precisamente, certo non per vantarmi della suddetta marca; se avessi voluto vantarmi di una marca, vi avrei detto che ho comprato un adorabile vestitino di Petit Bateau) sulla spalla destra (qui qualcuno potrebbe iniziare a chiedersi quante spalle ho. Ne ho solo due. Su una spalla era caricata più di una cosa), la borsa di plastica con la roba rosa appesa al braccio sinistro, il detersivo liquido da un litro e mezzo appeso al braccio destro, il manuale di italianistica nella mano sinistra, così come il golfino non-si-sa-mai-metti-che-faccia-un-gran-freddo, e le chiavi della macchina appese a non mi ricordo quale dito di quale mano.

Così agghindata arrivo alla macchina, salgo, e un delizioso cagnolino decide che vuole a tutti i costi salire con me e le mie tre valige, il manuale, il golfino e il detersivo. Convinco il padrone che non so proprio dove mettere anche il suo cagnolino, che Buondì è grande come un buondì (cosa lo chiamavo Buondì a fare se fosse stato grande come un panettone? Se fosse stato grande come un panettone l’avrei chiamato Panettone).

Arrivo vicino alla lavanderia a gettoni, parcheggio Buondino e – con solo metà carico – mi dirigo verso le lavatrici.

Le lavatrici sono più lontane di quanto ricordassi.

Torno alla macchina.

Riprendo la macchina.

Arrivo alla lavanderia e scopro che a. la lavanderia era circa a un chilometro di distanza dal mio parcheggio e b. che c’era parcheggio praticamente a due passi dalla lavanderia. Così, una volta parcheggiata, scendo sempre con metà carico di bucato, sotto lo sguardo attento di un pazzo con la barba grigia e gli occhi inquisitori che mi avrà presa per una pazza più pazza di lui, ed entro in lavanderia. E scopro che non c’è la macchina per cambiare i soldi. Dal momento che è difficile che io possieda circa 20€ tutti in monetine da uno, nascondo il mio bucato dentro una lavatrice giusto perché non stia in bella vista, esco e vado a fare il giro dei negozianti della zona. Apparentemente, *nessuno* ha monetine. Trovo un’anima pia che fa la barista in un posto dove hanno anche le slot machines. Resisto alla tentazione di giocarmi lì i soldi del bucato – chissà, magari sarei riuscita a lavare tutto con le vincite? – e cambio i dindini alla macchinetta-cambia-dindini (i dindini cambiati sono solo monete da 2€. Lo mettiamo in risalto perché tornerà utile ai fini della narrazione). Quando torno in lavanderia grazie al cielo la mia roba era ancora tutta dove l’avevo nascosta.

E poi mi trovo nel pieno di un dramma matematico.

Ci sono sette lavatrici. Due da 16kg, tre da 8kg e due da 5kg. Io avevo circa 15.000kg di roba da lavare, quindi la scelta andava da sè verso quelle da 16kg. Che prendono solo monete da 1€.

Analizzo le altre. Appiccicato a una di quelle da 8kg e a una di quelle da 5kg c’è un pelo sospetto. Sull’altra da 8kg una macchia di colore sospetto. Mi rimangono da usare una da 8kg e una da 5kg. E così, impiego solo 4 ore per fare cinque lavatrici, tra le urla di una ragazza che in un primo momento credevo essere straniera, per poi scoprire che parlava in dialetto napoletano, e che era preoccupatissima perché aveva già messo la roba portata da casa dentro l’asciugatrice, ma l’asciugatrice non partiva, per poi rendersi conto che bastava chiudere lo sportello. Nel frattempo, tra la seconda e la terza lavatrice inizio a chiedermi se per caso il parcheggio non fosse a pagamento. Fortunatamente, come vedete dal titolo (che non è “Paperino e la 313 Atto IV”) il parcheggio era gratuito, ma un simbolo strano su un cartello che non ricordo cosa voglia dire mi aveva messo qualche dubbio, tanto da lasciarmi in ansia per le restanti tre lavatrici (che per la cronaca, durano ognuna dai 28 ai 38 minuti).

Per tutti coloro che avessero da obiettare “Ma come diamine hai fatto a prendere la patente e non ricordarti praticamente neanche un segnale stradale?!” rispondo che a. il cartello più difficile che mi sia capitato all’esame di teoria è stato quello “Attenzione, attraversamento mucche” e b. a scuola guida nessuno ci ha mai spiegato dove parcheggiare. A scuola guida ti insegnano come parcheggiare, non dove. E in genere lo fanno in posti dove non ci sono strisce, cartelli, vigili, nulla. Quindi io so controllare il mio amato Buondì come se le sue ruote fossero i miei piedi, so cambiare le marce bene come se fossi sulle rotaie, so parcheggiare in spazi microbici, so consumare meno benzina quando voglio, so partire con la sgommata e so fare le derapate. Ma dove parcheggiare, no. Penso l’abbiate ormai capito. Comunque, che qualcuno mi spieghi cos’è quel simbolo (ho idea che abbia a che vedere con il disco orario, ma francamente non ho mai capito come funzioni un disco orario)(nè cosa sia, in effetti), cortesemente, perché vista la mia fortuna con i vigili..

Ma tutto è bene quel che finisce bene, e dopo aver quasi messo sotto un pedone che si è gettato incoscientemente in mezzo alla strada e nemmeno dove c’erano le strisce proprio poco dopo il momento in cui mi ero appena immessa sulla carreggiata con la testa fuori dal finestrino rivolta indietro per vedere che non passasse nessuna macchina – un qualche simpaticone mi ha rotto tempo fa lo specchietto destro – e stavomi giustappunto rigirando con lo sguardo rivolto dinanzi a me per scoprire che i tergicristalli, azionati per spostare la brina, non avevano fatto altro che peggiorare la situazione, sporcando il vetro in modo tale che vedevo solo degli aloni di luce intorno a me, sono finalmente giunta a casa, con un inizio di congelamento ai piedi.

Ma con il bucato pulito.

PS. E voglio vedere quanti di voi riusciranno a decifrare l’ultimo periodo, composto da una frase reggente e dodici subordinate di cui solo una di primo grado.

PPS. Se vi interessa, c’è anche il mio nuovo articolo su Clamm Cinema, sul delizioso film Caramel (che ero riuscita a scrivere, ebbene sì, “Catramel”).

PPPS. Oggi su Facebook ho trovato queste meraviglie di foto. Il freddo micidiale di questi giorni ispira a postarle. Le ha fatte uno scienziato pazzo (nel senso buono) di nome Kenneth Libbrecht; metto qui solo alcune foto perché sul sito dice che vanno usate con parsimonia, e ovviamente eccovi il link dove potete trovare tutte le adorabili foto: SnowCrystals.

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I propositi per l’anno nuovo (post semiserio)

Buon anno a tutti con il primo post del 2012! In realtà sarebbe stato più carino scriverlo esattamente il 1° gennaio, ma il 1° gennaio l’ho passato a dormire fino alle due del pomeriggio, visto che sono stata a lavorare fino alle tre di notte. Camminando e correndo alternatamente per otto ore di seguito. Saltando sopra i bambini che correvano ovunque. A tutt’oggi cammino ancora come un tirannosauro, tanto mi fan male le gambe.

Ma comunque.

Questo voleva essere un post serio, come ho fatto a sputtanarlo così già nelle prime tre righe?!

Ricomponiamoci e riacquistiamo un po’ di dignità.

Non ho mai fatto propositi per l’anno nuovo (prima di affermare questa frase ho controllato sul blog che non esistessero post a sbugiardarmi miseramente), più che altro perché a. data la mia propensione alla costanza ci sono elevatissime probabilità che dopo cinque giorni di ferrea attuazione dei propositi io me li dimentichi e b. in realtà non ne ho mai visto granché l’utilità. Ho tuttavia notato che, di recente, i pochi propositi che ho fatto – sempre facendo i conti con la mia inconstanza, ossia con la consapevolezza che non tutti loro avrebbero avuto lunga vita – sono andati a buon fine. Posso anche osare dire che alcuni sono diventati abitudini e regole (INAUDITO!). C’è da dire che erano tutte cose che ad alcuni potranno sembrare delle stupidaggini (tipo struccarsi tutte le sere prima di andare a dormire o rifare il letto tutti i giorni), ma in fondo penso che non abbia un grande senso porsi dei propositi inattuabili quali “Quest’anno voglio riportare la pace nel mondo” o “Quest’anno mi impegnerò a non seguire più di sette telefilm alla volta”. Guardiamoci in faccia. E’ totalmente impossibile che io abbandoni Gossip Girl, Pretty Little Liars, Desperate Housewives, Being Erica, I Hate My Teenage Daughter, Once Upon a Time, The New Girl, Lost Girl, Switched at Birth, Sabrina Vita da Strega, Drop Dead Diva, Lipstick Jungle e Downton Abbey. Tanto vale mettersi in testa di fare cose piccole – sebbene non troppo scontate, altrimenti che razza di propositi sono? – e che possano però sulla lunga distanza possano andare ad apportare dei miglioramenti, anche se piccoli.

Quindi quest’anno, in parte anche aiutata da questo video

che mi ha dato delle buone idee, ecco la mia prima lista di buoni propositi:

1. Bere più acqua. Ecco, ad esempio. Magari alcuni di voi diranno “Vabbè, ma che razza di proposito è? Se non bevi muori!”. Però non è che io beva proprio tanto. Magari ci sono dei giorni in cui sono una persona assetata e bevo di più, ma il classico “2 litri di acqua al giorno” per me è uno scoglio mica male. Il giorno che ho bevuto di più credo di essere arrivata a un litro e mezzo. Ma in generale sono anche arrivata a giorni in cui ho bevuto solo un bicchiere d’acqua. Questo ovviamente se escludiamo il mezzo litro giornaliero di tè, che *in effetti* è composto di acqua. Ma è un po’ come dire che bevendo solo Coca Cola si è a posto. Quindi. L’unico effetto collaterale che mi ruga di questo proposito è la pipì. Odio il fatto che se bevi tanto poi ti scappa la pipì, e odio il fatto che si presenti nei momenti meno opportuni, cioè quando sono fuori casa. Sono una di quelle persone che porta tutto a casa, non mi piace fare i miei bisogni in luoghi pubblici. Ciononostante, mi impegnerò a bere (gradualmente, se no buonanotte) i miei bravi due litri d’acqua al giorno, che corrisponderebbero, giusto a titolo informativo, a circa otto bicchieri dei miei. Sono già a uno e mezzo ed è solo l’una, mi reputo già a cavallo. Nel caso vi piaccia questo proposito e vogliate seguirlo pure voi, c’è un’app carina per iPhone – io ho un Blackberry quindi nisba, ma lo metto per voi – che è Water Log, in cui si può mettere un segno per ogni bicchiere d’acqua bevuto al fine di tenere meglio il conto.

2. Andare a letto entro mezzanotte e mezzo almeno 5 giorni alla settimana. Escludiamo i weekend dove ciò non avverrà verosimilmente mai. E conseguentemente svegliarsi a un orario cristiano anche quando non devo fare nulla di particolare. Chi mi conosce e sa che sono un animale prevalentemente notturno, si renderà conto che questo è un notevole sacrificio e che sarà difficile da raggiungere. Ma d’altronde è l’inizio dell’anno e ho il diritto di sognare.

3. Fare qualcosa di nuovo una volta al mese. Che sia una cosa che non ho mai fatto, o una cosa che ho paura di fare, o una cosa che è tanto che non faccio, provare a farne una al mese – compatibilmente con impegni di studio e soldini, nel caso la risoluzione occupi una giornata intera o implichi lo spendere del denaro.

4. Ignorare o cancellare del tutto le persone che portano negatività nella mia esistenza. La vita è bella ma breve. A che pro farsela inquinare da individui non necessari e che non apportano assolutamente nulla alla qualità delle nostre giornate, ma che anzi, in alcuni casi le rovinano pure? Quindi, sempre compatibilmente con la realtà – nel senso che sicuramente ci sono alcuni professori che portano negatività nei miei esami, ma non è che posso farli fuori tutti – eliminare (non fisicamente, ovviamente) (ma in fondo, perché no? Muahahahahahahahah!) (no, era una battuta) (sicura?) (sì, sì, sicura..) tutte le fonti che non contribuiscono alla qualità della mia esistenza con divertimento, apprendimento, affetto, supporto, massime di vita, soddisfazione, creatività o cioccolato.

5. Fare complimenti. Sapete una cosa? Ricevere complimenti è bello. Chi non ama ricevere complimenti? A me piace. L’OP dirà che è perché sono vanesia, ma la verità è che a chiunque fa piacere, specie se il complimento è spontaneo e senza secondi fini. Se poi è fatto da un estraneo la cosa mi rende ancora più contenta, perché è evidente che è un complimento sentito; esempio: se ho una bella acconciatura, la commessa del forno di via Zamboni potrebbe pure starsene zitta, non è che è obbligata come l’OP a dirmi che i capelli mi stanno benissimo; se – come è accaduto – mi fa un complimento e mi chiede come ho fatto a farmi i capelli così (a proposito, per chi fosse interessato, ho fatto così), a quanto pare ci teneva proprio a dirmelo; come fa piacere a me, farà piacere anche agli altri, quindi ecco: fare complimenti. Ogni giorno penso almeno una cosa carina nei riguardi di qualcuno, quindi perché non esplicitarlo?
Disclaimer per l’OP: tutto quello che ho scritto qui sopra riguardo al valore aggiunto dei complimenti fatti da sconosciuti non implica che i tuoi abbiano meno valore e che tu possa smettere di farmene.

6. Fare ogni giorno una lista delle cose da fare. Perché quando lo faccio, anche nel caso non riesca a fare tutto ciò che ho segnato, riesco comunque a fare più cose di quando non ho segnato niente. In realtà questo è già un po’ che ho iniziato a farlo (che è poi il motivo principale per cui ho preso un Blackberry: così posso far suonare l’agenda ogni volta che ho qualcosa da fare), ma voglio che diventi un’abitudine giornaliera, quindi lo scrivo anche qui.

Insomma, eccoci qui. Non credo abbia senso farne cinquemila. Quindi questi sono i miei sei buoni propositi per l’anno nuovo.

E voi?

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Ragù halal, pollo kasher e castagne allucinogene.

Nella furia di preparare la valigia alle 3 di notte tentando contemporaneamente di scrivere un articolo per CLAMM mi sono dimenticata di scrivere il post programmato per farvi gli auguri, quindi.. auguri di buon Natale!

Eccoci qui, sono tornata dal viaggetto natalizio a Parigi con mia zia e mia cugina (tecnicamente si tratterebbe della zia e della cugina di mia mamma, in altre parole la mia prozia e mia cugina di secondo grado, ma mi viene un po’ macchinoso chiamarle così, visto che peraltro le fa sembrare due estranee, cosa che decisamente non sono, quindi saranno mia zia e mia cugina, o anche Tata e Betta). Un gruppo quantomeno alternativo. Una con il collo bloccato e tendenza alla colite che prendeva 750 tipi di pillole diverse al giorno, detta anche “la Malata Immaginaria”; una che in teoria non aveva nulla, ma per solidarietà verso la prima si è fatta iniziare il ciclo così da essere presa dai crampi alle ovaie, detta anche “la Ragazza con la Valigia”; e una che avrebbe dovuto essere la messa peggio, essendo ultrasettantenne, e che invece era la più sbarbina di tutte e, oltre a tentare ripetutamente di passare con il biglietto di altre persone in metropolitana, si è pure fatta di castagne allucinogene (e non solo. Tra le altre sostanze stupefacenti assunte da quest’ultima, vorremmo ricordare: il famigerato hasidos, l’acido ludico e l’acido ianunolico). Detta anche.. Tata.

Nel caso vi stiate chiedendo cosa sono le castagne allucinogene, sono quelle che trovate dai pakistani rivenditori di caldarroste davanti alle gallerie Lafayette; dopo che vengono ingerite, danno curiosi effetti allucinogeni, e la persona che ne ha fatto uso inizia a sparare una serie di cazzate molto divertenti. Il fatto che Iggy Pop quest’anno sia l’uomo immagine delle gallerie Lafayette forse spiega il perché della vendita di castagne allucinogene. L’hasidos, l’acido ludico e l’acido ianunolico non sono altro che le sostanze psicotrope di cui mia zia ha ammesso di fare uso mentre era sotto l’effetto delle castagne allucinogene.

Tra le altre varie avventure, ricordiamo il momento in cui mia cugina è rimasta a piedi per colpa di una carrozzina invadente mentre io e mia zia siamo salite sul metro. E mia zia, non ancora sotto l’effetto calmante delle castagne e incurante del fatto che mia cugina è adulta e vaccinata, del fatto che le avevo mimato dal metro di aspettarci lì perchè saremmo tornate indietro e anche del fatto che tutte e tre avevamo il cellulare dietro, si è fatta prendere dal panico, e ha iniziato a correre da tutte le parti preoccupatissima di non ritrovare mai più la sua bambina. Come previsto, la sua bambina ci aveva aspettate seduta alla fermata. L’abbiamo recuperata senza danni ma da quel momento Tata non ha più passato un secondo senza staccarsi da lei, o in alternativa senza chiedere “Dov’è Betta?!”, persino sull’aereo.

Giusto per saltare di palo in frasca, nel caso abbiate deciso di comprarvi una casa a Parigi, prima di acquistare, informatevi su chi è l’amministratore di condominio. Se è una società chiamata Lamy, andate a cercare un’altra casa.

ANTEFATTO

Essendo un filino preoccupata dall’arrivo, circa due mesetti fa, di una lettera in cui si sosteneva che io fossi in debito con questa società di circa 2000€, tento di raggiungere telefonicamente varie e varie volte le due persone indicate sulla lettera, ossia il contabile e la signorina dei contenziosi, che ora per comodità chiameremo Cip e Ciop. Non ricevendo alcuna risposta, mando un’email a Cip, dicendogli di spiegarmi cortesemente cosa fossero quei 2000€. Non ricevendo ancora risposta, riprovo a chiamarlo. Finalmente ottengo un’udienza, e Cip, in un francese smangiucchiato, borbottato e incomprensibile nonostante le mie ripetute richieste di alzare la voce perché non riuscivo a capire una Cip-pa, leggendo la mia mail in diretta telefonica, mi comunica che mi risponderà mandandomi il dettaglio del pagamento. Rassicurata, metto giù il telefono. Dopo soli due giorni mi arriva la mail di Cip. La mail di Cip non è altro che una copia della lettera che mi era arrivata via posta, in cui mi dicono che devo loro circa 2000€. Alterata per l’ottusità di Cip, cerco di mandare un’email anche a Ciop, al suo indirizzo ciop3@amministratorecippa.com. Ed ecco che mi arriva una notifica che mi rende noto che l’indirizzo non è attivo. Sperando che quel “3″ alla fine dell’indirizzo sia un refuso, lo tolgo, e ritento l’invio. Mi risponde Cindy, che ha lo stesso cognome di Ciop, che mi dice che non è lei la persona che cerco, e mi dà un altro indirizzo. Mando una mail a questo nuovo indirizzo e non ottengo risposta. Non so se a questo punto avete notato anche voi la somiglianza con il bue che bevve l’acqua che spense il fuoco che bruciò il bastone che picchiò il cane che morse il gatto che si mangiò il topo, e non so se di conseguenza è venuto anche a voi il dubbio che esista un bug nella burocrazia francese addirittura peggiore che in quella italiana.

Comunque.

Siccome non ottengo mai risposta, invio a entrambi una mail che so benissimo che non verrà mai letta in cui faccio minacciosamente sapere che il 22 mi recherò personalmente a Parigi per risolvere questa questione.

FINE DELL’ANTEFATTO

Così, il 22 pomeriggio, un’ora dopo essere arrivata a Parigi, vado nell’ufficio della filiale della società più vicino a casa mia. E l’ufficio è chiuso. Per nulla scoraggiata, ma anzi determinata ad avere la meglio, mi ripresento lì alle 9 del mattino seguente, entro trionfante, e la segretaria mi dice che il mio immobile non è gestito dalla loro filiale. E io dico “Ma come non è gestito da voi? E da chi è gestito?” “Ah, non lo so!” “E non può controllare?” “Eh, no!” “Ma non avete una rete interna?” “Eh, no!” “E guardare su Google?” “Eh, no!” “Mi scusi, ma le segretarie qui servono come i pompieri?”. Alla fine riesco a farmi dire che forse il mio immobile è gestito dalla loro filiale in rue du Général des Mes Marons. Così tutta l’allegra combriccola si dirige verso rue du Général des Mes Marons. E una volta arrivate, scopriamo che quella filiale non esiste più, perché si è trasferita in rue Mesonrot les Palles. E anche qui, ritorna il motivetto del bue che bevve l’acqua che spense il fuoco che bruciò il bastone che picchiò il cane che morse il gatto che si mangiò il topo. Leggermente più scoraggiata (leggi: in lacrime sbattendo la testa contro il portone del palazzo), insieme all’allegra combriccola parto per rue Mesonrot les Palles. Una volta arrivata, una signora mi guarda con aria perplessa e mi chiede chi sono e cosa faccio lì. Le spiego tutta la questione del bue che bevve l’acqua che spense il fuoco che bruciò il bastone che picchiò il cane che morse il gatto che si mangiò il topo, e lei mi reindirizza da una signorina che, deo gratias, decide di darmi una mano. Mi spiega che Cip è in ferie e Ciop è in congedo maternità e se Dio vuole mi indica cosa devo fare.

Dopo queste dodici fatiche di Ercole ci siamo godute un po’ di shopping (leggi: ho sbavato davanti un abitino di Petit Bateau che spero di potermi permettere con i saldi qui a Bologna) e un giro sugli Champs Elysées – o, tradotto in bolognese da mia zia, Sant’Elisè. Quando poggerete il mouse sulle immagini troverete anche le altre traduzioni da lei offerte per i luoghi visitati.

E, come promesso, ecco di nuovo delle foto. Siccome posso percepire la stanchezza nei vostri occhi a vedere foto sempre dello stesso posto – so che mettere sempre foto di Parigi è comunque meglio che mettere sempre foto di Madonna dei Fornelli, ma comunque gira che ti riprilla è sempre la stessa broda – ho deciso di tentare di dare un’angolazione differente rispetto alle mie classiche foto colorate-a-pastello-super-sdolciose-e-zuccherose-con-il-rosa-e-l’-azzurrino-e-il-verdino-ai-limiti-della-glicemia, e stavolta vi offro una Parigi by night. Per coloro di voi che fossero comunque affezionati (come me, poi) alle mie classiche foto colorate-a-pastello-super-sdolciose-e-zuccherose-con-il-rosa-e-l’-azzurrino-e-il-verdino-ai-limiti-della-glicemia, non temete. Una visitina a Ladurée con relativi scatti ai macarons come sempre non me la toglie nessuno.

Ed ecco poi le fotine zuccherose. Era impensabile credere che non ne avrei fatta nemmeno una.

Solo ora mi rendo conto di non avervi raccontato il mio Capodanno 2010. Questo sarà rilevante [N.d.R. Se leggete correttamente la parola "rilevante", sappiate che è stata scritta così dopo numerosi tentativi] [N.d.R. Così come la parola "tentativi"] per ciò che andrò a narrare dopo. Quindi, apriamo un altro antefatto [N.d.R. Anche la parola "antefatto" ha dovuto subire una revisione. Se non l'avessimo fatta, a quest'ora la leggereste "antegatto"] [N.d.R. Però siccome "antegatto" tutto sommato ci piace, penso che la terremo così].

ANTEGATTO

Capodanno 2010. Sugarmama ha inspiegabilmente promesso ai suoi amici tedeschi e francesi che alla festa organizzata da una sua amica di Parigi avremmo preparato un vero ragù bolognese. Promessa alquanto azzardata, se teniamo in conto che io non sono nemmeno in grado di cuocere un uovo sodo e che qualunque cosa venga messa in mano a Sugarmama ha il 99% di possibilità di finire rotto/perso/distrutto/irrimediabilmente danneggiato. E pur tenendo conto di queste sgangherate premesse, ha deciso di promettere comunque. E, quel che è peggio, me lo viene a dire due ore prima della festa. Ora, trovare un macellaio aperto il 31 dicembre, è quantomeno improbabile. Tuttavia, grazie al fatto che Parigi è una città multietnica, siamo riuscite nell’impresa: abbiamo trovato una macelleria araba. Evidentemente, non avevano carne di maiale, quindi diciamo che è venuto un ragù monco e per di più fatto con carne halal. Oltretutto, non so se proprio perché era stato fatto con carne halal, è uscito il ragù più puzzolente che la storia ricordi. Chiariamoci: non una puzza puzza, diciamo la normale puzza di ragù (ammettiamolo, il ragù puzza) (quante volte ho scritto la parola “puzza” in questa frase?) amplificata dieci volte. Però è venuto buono. Certo, il fatto che abbiamo impiegato due ore per trovare gli ingredienti, e che il ragù necessita di almeno due-tre ore di cottura più una di preparazione, ha fatto sì che il cenone fosse pronto alle 23.00. Ma è un dettaglio.

FINE DELL’ANTEGATTO

Quindi, dopo il cenone di Capodanno con ragù di carne halal, non mi era rimasto altro da fare che il pranzo di Natale con carne kasher. Perché, come il 31, anche il 25 dicembre non è il giorno migliore per andare a fare la spesa. Ed ecco che ritorna in aiuto la multietnicità di Parigi, e soprattutto il fatto di avere la casa nel centro del quartiere ebraico. Poiché, per ovvie ragioni, gli ebrei non festeggiano il Natale, la macelleria ebraica sotto casa era aperta, e così abbiamo poituto mangiarci un bel polletto kasher arrosto.

Visto? Così si risolve il conflitto israeliano-palestinese e si riuniscono non due, ma ben quattro religioni: Capodanno Halal, Natale Kasher. Siamo dei geni della riappacificazione culinaria.

Certo, in realtà stare in una città multietnica significa non avere mai la certezza di dove andrai a fare la spesa. Se in teoria il giorno di riposo per gli arabi è il venerdì, per gli ebrei il sabato e per i cristiani la domenica, le cose si complicano quando l’arabo sotto casa decide di stare chiuso il lunedì perché fa digiuno, quando l’Hanukkah, la Festa delle Luci ebraica, cade dal 21 al 28 dicembre, e quando il 26 dicembre in Francia non è giorno festivo, facendo sì che in realtà quando pensavi di trovare aperto il cristiano è chiuso lui e anche l’arabo, quando l’ebreo doveva chiudere, è aperto lui e pure il cristiano, e magari un bel giorno sono chiusi tutti e tre. Insomma, non si sa mai quando è aperto chi e chi è aperto quando, cosa che ha messo non poco in crisi mia zia, che credeva che il pong [N.d.R. Internet point] fosse chiuso perché era lunedì, quando invece era chiuso solo perché erano le 8.30 del mattino.

e..

questo è tutto.

Non è vero. Vorrei fare un applauso all’OP che nonostante la sua rinomata diffidenza verso qualunque forma di tecnologia più avanzata di un calamaio, dopo essersi comprato un portatile, è anche riuscito ad installare correttamente Skype e a connettersi circa trecento volte nella giornata di oggi per videochattare dalle Marche con la sua Stufetta, cosa che l’ha resa felice – e stupita – circa trecento volte.

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